Haiga

Lasciati andare

lasciati andare
con te da questo ramo
scenderò anch’io

– © Arashisei –

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Questa voce è stata pubblicata da Arashisei.

9 thoughts on “Haiga

  1. Cè un filo sottilissimo che lega lo haijin alla cosa narrata e quando quest ultima diventa lo haijin stesso il ciclo si è completato. Spesso di fronte ad haiku come questi viene critica la sua non impersonabilità ovvero si sente il filtro dell io poetico. (Cosa che mi è stata spiegata l altro giorno). Invece mi piace pensare(c ome era avvenuto per il mio haiku ) che lo haijin di fronte a qualcosa di così profondo si scambi con il soggetto narrato e il corpo, o la mente dello haijin, diventono uno strumento dell azione e non un filtro dell io poetico. In poche parole mi piace pensare che per lo haiku in questione, lo haijin non inciti o infondi coraggio alla foglia, ma bensì lo haijin è la foglia stessa la quale vicino ha qualcuno che la sosterrà.
    Il mio haiku nella piccola teoria espressa pocanzi:
    foglia caduca-
    il peso dell’autunno
    nelle mie mani

    In realtà qui volevo esprimere l angoscia che tale stagione crea sotyo forma di “”peso”” sorprendentemente smentita dal mio corpo le mani che diventono lo strumento il metro di misura ma di fatto resta palese questo peso nell io dello haijin che è la foglia che cade,,,
    Scusami harashisei se mi sono eccessivam. Prolungato senza ragion di causa,,,tornando allo haiku ho sorriso nel leggerlo, pensando a un haiku che scrissi a marzo:
    piccola foglia
    non hai ancora il coraggio
    di volare via
    ,,,ho sorriso xk trovo il tema che regge entrambi gli haiku medesimo,,,un intreccio al quale non posso che esserne felice,,,

    • In primis un ringraziamento per il commento ponderato, raramente questo tipo di poesia viene scritto di getto, e trovare in chi legge un riscontro del tempo e del pensiero che si è dedicato alla stesura è già di per sé un piacere.

      Ho apprezzato il riferimento alla questione dell’io poetico dell’haijin, è a mio avviso un concetto tanto cardinale quanto sfumato, specie per chi è abituato a muoversi unicamente negli spazi tipici della mentalità occidentale. Nell’affrontare l’argomento, perché abbia un senso, non possiamo prescindere dalle radici della poetica haiku, legata a filo doppio al buddismo zen, che invita ad uscire dal principio di dualità io-resto del mondo in cui normalmente viviamo (che è e rimane una tappa fondamentale dell’evoluzione interiore di una persona, ma pur sempre tappa, non punto d’arrivo) e a tendere a una concezione di universalità che in sé ricomprenda quell’io senza l’urgenza di distinguerlo. Forse è più semplice afferrare il principio pensando a come nella pratica meditativa dello zazen il praticante assuma la posizione dell’osservatore acritico, di quanto lo circonda come di sé stesso. In questo modo egli “osserva” ciò che accade senza focalizzare lo sguardo sui singoli eventi, e allo stesso modo lascia fluire i propri pensieri, essendone cosciente ma senza attaccarvisi, senza identificarsi in quel pensiero (non c’è mai negazione del pensiero come non c’è concentrazione su un singolo pensiero, anche se paradossalmente quando noi diciamo “medito” intendiamo proprio questo).
      L’identificazione in ciò che pensiamo è qualcosa che attuiamo inconsciamente ogni minuto della giornata, praticamente una condizione standard, ma la nostra identità non si esaurisce in questo, giusto? Allo stesso modo la non identificazione nei propri pensieri ed emozioni non equivale alla negazione di sé.
      Tenendo a mente questo, e che è da questo modo di pensare che nasce storicamente la poesia haiku, è facile rendersi conto di come un autore che attraverso un componimento, anche tecnicamente corretto, comunichi il suo stato d’animo, la sua opinione, in relazione a un determinato evento o situazione, stia scrivendo qualcosa che non è un haiku, poiché si pone proprio in quella condizione di dualità da cui chi scriveva haiku tentava di astrarsi. E’ dunque sacrosanto il discorso sul filtro dell’io poetico.
      Tuttavia sono dell’idea che il punto fondamentale (e qui la sfumatura si fa più sottile) sia la “non esplicitazione” di ciò che l’haijin ha sperimentato, non la “non presenza” dell’haijin, per almeno due motivi:

      – il primo è conseguenza diretta di quanto dicevamo prima, così come l’identità non si esaurisce (alcuni direbbero “non è”) nell’identificazione nel proprio pensiero, la propria presenza all’interno dell’haiku non ne implica un’esplicitazione. Prendi ad es. questo haiku di Fabrizio:

      sotto il ciliegio
      un profumo d’inchiostro –
      ultimo ku

      E’ evidente che l’haijin è presente nell’haiku, ogni ku ne richiama la figura, ma non c’è esplicitazione di quello che egli elabora nella sua mente, solo ciò che viene percepito, e dei suggerimenti (suggerimenti) riguardo ciò a cui queste percezioni danno vita, che cambieranno sfumature, o addirittura significato, in base ai vissuti di chi sta leggendo.

      – il secondo, più evidente ma meno scontato, è che nessun essere umano, per quanto si sforzi, può comunicare qualcosa senza darne un’interpretazione, seppur minima, ma come dicevamo sopra nessuno lo obbliga ad esplicitarla: così in un haiku non troverai la sensazione in sé, che viene invece rievocata attraverso l’oggetto dell’osservazione (cosa perfettamente sensata, quasi banale: è proprio quell’oggetto che ha evocato la sensazione, non il contrario). Così quando il primo che passa dice, ad esempio:

      note d’autunno –
      dieci cento mille dita
      contro il mio vetro

      (che non è un haiku ma mi torna funzionale) è chiaro che sta fornendo un’impressione tutta personale (avrebbe potuto scrivere di “rumore d’autunno”, o di “pioggia battente”, e l’io poetico sarebbe stato parimenti non esplicitato, e il risultato è ben diverso), ma non sta mettendo nero su bianco le sue riflessioni, si limita a lanciare il sasso. Allo stesso modo è parimenti fondamentalmente corretto dire:

      foglia caduca –
      il peso dell’autunno
      nelle mie mani

      Mi son dilungato. Si fa per chiacchierare è chiaro, anche perché come scrivere un haiku lo può dire con cognizione di causa solo un giapponese che lo scrive in giapponese. Ciò detto (sì questa era una premessa…) io stesso son convinto che quello che ho postato si ponga al limite del concetto di cui abbiam parlato finora. Fortunatamente i ku sono talmente legati all’immagine che lo sento come haiga, e non son costretto a interrogarmi più di tanto se sia abbastanza impersonale da costituire un haiku :).

      • ,,, mi hai dato ulteriori spunti di analisi ma soprattutto interpretativi e ispirativi,,,avevo notato che dietro quel scenderò anch io ci fosse un filo così sottile che se solo lo si sfiorasse con poca cautela i danni sarebbero stati letali. Mi è piaciuto il punto di vista dell osservazione e il fluire dei pensieri, senza costruirci lo haiku, come se lo haiku fosse un recipiente e il nostro pensiero l acqua che si plasma e prende le forme del recipiente o del vuoto da esso contenuto,,,

  2. Caro Andrea
    come ti ho già scritto altrove, trovo questo haiku di una bellezza folgorante, solo che evito di addentrarmi in commenti profondi, che in parte possano distogliere il lettore dall’apprezzarne la profonda bellezza.
    Ti dico solo che ho amato questo haiku – uno dei tuoi più belli e profondi – fin dall’inizio e dunque non posso che farti i miei complimenti ed un abbraccio.
    Eufemia

  3. Ti ringrazio Eufemia, pensa che non ero tanto sicuro se postare o meno questo haiga, percependolo molto diverso dai miei abituali scritti, e allo stesso tempo frutto di un’ispirazione troppo (pre)potente per essere ignorata. E un ringraziamento anche a tutti voi che vi siete soffermati a leggere.

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