Intervista sullo HAIKU a Valeria Simonova-Cecon, amante e studiosa internazionale di questo genere

Cari amici di “Memorie di una geisha”, ho il piacere di intervistare la studiosa internazionale di poesia giapponese, Valeria Simonova – Cecon. Membro dell’Associazione italiana haiku, Valeria in questa intervista, ci fornisce nuovi strumenti per la scrittura e lo studio degli haiku, spiegando tutta una serie  di “luoghi comuni e convenzioni” che negli anni abbiamo adottato e che a mio parere, vanno assolutamente rivisti. Personalmente, credo che questa intervista farà luce su moltissimi aspetti inediti e sono certa che sarà utilissima a tutti coloro che amano cimentarsi con questo genere poetico.

 Buona lettura a tutti VOI!

valeValeria Simonova-Cecon (classe 1979) vive a Cividale del Friuli con il marito Andrea. Di origini russo-ucraine, è una scrittrice ed appassionata di poesia haikai dal 2004. Redattrice della rivista di senryū e kyōka in lingua russa Ershik, nonché amministratrice e traduttrice della Pagina Facebook Bannō Senryū for Gaijin, ama scrivere senryū, haiku, renku e studiare lingue.
È il primo autore europeo ad essere stato pubblicato all’interno della colonna Bannō Senryu in stile Nakahata del quotidiano giapponese Mainichi Shinbun.
Suoi scritti sono apparsi su diverse riviste specializzate, tra cui: Mainichi Shinbun (Giappone), Town News (Giappone), Heron’s Nest (U.S.A.), Modern Haiku (U.S.A.), Ulitka (Russia), Moonset (U.S.A.), Diogen (Croazia) e The Renga and Renku Journal.
Tra i vari riconoscimenti ricordiamo invece: il primo premio alla V edizione del Bilingual Calico Cat Haiku Contest (secondo premio alla VI edizione), nonché le menzioni d’onore assegnate nel 2009 alla I edizione del Kikakuza Haibun Contest, all’Ito En Ōi o-cha New Haiku Contest e all’Haiku Calendar Ludbreg (2009).

Eufemia: “Buongiorno Valeria e benvenuta sul multiblog “Memorie di una geisha”.
Questo blog ha ospitato fin dal 2007, molti amici scrittori che negli anni hanno sviluppato il loro interesse per la poesia giapponese. “Memorie di una geisha”, è stato un po’ un pioniere nel settore della poesia giapponese, pur con tutti i limiti del caso. Vorrei quindi proporti delle domande a beneficio dei nostri scrittori e lettori italiani.
In Italia c’ è un grande interesse che ruota intorno alla poesia haiku. Io ho letto i primi haiku nel 2006 e già allora, vi erano persone, soprattutto sulla piattaforma ‘”splinder” ,  dove gravitavano moltissimi blog, che li scrivevano. Da allora, c’ è stato un proliferare di gruppi sui blog e soprattutto su facebook. Come ti spieghi questo grande interesse per un genere poetico che non ci appartiene?”

Grazie, Eufemia. Non ho il quadro completo di quello che è successo in Italia negli ultimi anni riguardo al genere haiku, ma vedo che ultimamente, come dici tu, l’interesse degli Italiani per questa forma di poesia cresce sempre di più. Devo dire che non è così soltanto in Italia, ma un po’ dappertutto in Occidente e anche in Oriente (Cina, Malesia ecc.). Ora come ora difficilmente si trovano i paesi in cui non ci siano le persone che amano e cercano di scrivere haiku. Non penso che un altro genere poetico abbia mai avuto tanto successo e tanta popolarità tra i paesi con le lingue e culture così diverse da quella originale. Molto difficile definirne i veri motivi, ma se vuoi condivido una mia teoria personale. Io credo che lo haiku, grazie alla sua estrema brevità da una parte e la sua ricchezza di espressioni dall’altra, potrebbe avvicinarsi ad una specie di quintessenza della poesia nella vita umana. Non so se mi spiego, ma non ho altre parole per esprimere quello che penso. Ovviamente, è solo un mio pensiero personale.

Eufemia: “ In Italia si rispetta quasi sempre la regola delle 17 sillabe. Nei concorsi è obbligatorio attenersi a questo conteggio metrico ( al limite viene ammesso uno haiku che sfora di una sillaba). Cosa pensi di questa ” regola” ? E’ giusto applicarla ‘ sacrificando il contenuto a discapito di essa? Come si pone il mondo anglofono a questo riguardo?”

Quando mi sono trasferita in Italia, avevo già alle spalle una certa esperienza di scrivere haiku in due lingue (e culture) diverse: il russo e l’inglese. Ho visto alcune “battaglie” a proposito della regola 575 in queste lingue e sopratutto come erano finite. Generalmente, vista la grande differenza rispetto alla lingua giapponese e alcuni altri fattori, generalmente è stato concordato che non ha senso seguire questa struttura sillabica. In Italia invece ho trovato con una grande sorpresa che la maggior parte di haiku sono scritti seguendo questa regola. Quindi, la mia prima impressione era la sorpresa. La seconda – beh, devo dire la verità, mi è piaciuto! Ho cominciato a scrivere in Italiano cercando di fare 575 e ho scoperto che veramente rispetto alle 575 in russo e sopratutto in inglese, in italiano è molto più facile e naturale. Ma poi ho visto anche quello di cui parli tu – che un componimento, se non scritto in 575, per questo solo ed unico motivo non viene considerato haiku. Mi sono stupefatta. In realtà, la forma di 575 sillabe italiane (più tutte le altre piccole regole che si applicano per contarle) è un modo convenzionale e approssimativo per rendere ciò che in giapponese si esprime in 575 sillabe o meglio dire more giapponesi. Essendo una forma convenzionale ed approssimativa, secondo me, difficilmente può essere chiamata l’unica corretta e giusta. Ma con questa frase temo di saltare subito alle conclusioni senza spiegare perché io penso così. Facciamo una piccola permessa per capirci meglio.
La prima domanda: ma perché i giapponesi scrivono haiku in 575? Non è stata una scelta a caso. Praticamente tutta la poesia tradizionale giapponese è fondata sul “ritmo” (come lo chiamano loro, per noi sarebbe più naturale dire metro sillabico) di 5 e 7 more. I segmenti fonetici di 5 e 7 hanno un’alta qualità mnemonica (sono facili da memorizzare) e pure una certa musicalità o meglio dire piacevolezza per l’orecchio giapponese. Oltre alle poesie, molti proverbi e detti, pure gli slogan politici o i segni stradali possono essere scritti usando 5 e 7 per agevolare la loro “ricezione”. Un solo esempio che ha proprio la struttura di 575:
kono dote-ni(5) noboru-bekarazu(7) keishichou(5): non scavalcare questo argine – Dipartimento di Polizia.
Il problema è che in altre lingue non c’è una tale tradizione poetica. Inoltre, 5 e 7 sillabe per noi non hanno nessuna comodità o piacevolezza particolari, anzi, dobbiamo proprio fare uno sforzo mentale per contarle apposta.
Inoltre, le sillabe della lingua italiana non sono la stessa cosa delle sillabe (o more) giapponesi, come anche la lunghezza (intesa come quantità di sillabe) media delle parole in entrambe le lingue. Gli anglofoni, per esempio, dopo aver analizzato le differenze linguistiche hanno scoperto che per quanto riguarda la quantità di informazione trasmessa, 17 sillabe inglesi ne contengono parecchio di più rispetto alle 17 more giapponesi. Perciò hanno deciso di usare meno sillabe, per adattarsi meglio. Forse si potrebbe definire una quantità di sillabe massima (e/o minima?) accettabile per uno haiku in Italiano? A me non risulta che tali studi siano stati fatti, magari sarebbe opportuno, per capire quanto in realtà ci avviciniamo alle 17 more giapponesi? Chissà forse ci stiamo a meraviglia, ma al momento possiamo dirlo solo a occhio e croce. A me viene in mente, per esempio, un’altra cosa. In 17 sillabe giapponesi, se lo haiku contiene un kireji (non tutti ce l’hanno ma una gran parte sì), vuol dire che di informazioni “lessicali” né avrà solo 15 o 16 sillabe (more). Noi “traduciamo” e imitiamo un kireji come uno stacco e non lo prendiamo in conto quando scriviamo in 575 italiane. Ma i giapponesi sì! Quindi, anche se scopriamo che nella media le sillabe italiane si avvicinano abbastanza bene alle more giapponesi, ne avremo mediamente una o due in più, a meno che non cominciamo a contare uno stacco grammaticale come una o due sillabe 🙂
Questi sono solo alcuni problemi che possono nascere, ci possono essere altri, e potrebbe essere interessante studiarle.
È normale che un genere nato in una lingua subisce un certo adattamento se trasferito in un’altra. E più diverse sono le lingue, più importanti potrebbero essere gli adattamenti. Prendiamo per esempio il sonetto. Nato in italiano, veniva generalmente scritto in endecasillabi. Ma in inglese non parliamo più di endecasillabi, ma di pentametro giambico. In francese, invece, il metro per eccellenza del sonetto è il verso alessandrino. Ogni paese ha cercato di adattare al meglio una forma straniera alla sua lingua, cercando di non impoverirla, non costringerla alle regole straniere ma trovando il modo migliore per mettere in evidenza le sue particolarità. E qui parliamo di lingue e culture relativamente vicine, mentre il Giappone è un’altra cosa. Ma la cosa più importante, sono veramente le sillabe che “fanno” uno haiku o piuttosto qualcos’altro?

Ci sarebbe ancora tanto da dire, da citare, per esempio, alcuni poeti classici che a volte non seguivano la forma di 575, mi viene in mente un haiku di Basho che conta 5/10/5. Oppure gli haiku di Taneda Santoka scritti prevalentemente al di fuori di ogni metrica e pure considerati dei grandi capolavori di haiku. Ma mi sono dilungata già un po’ troppo. Quello che volevo dire, la forma 575 sillabe italiane a me personalmente sembra una buona soluzione, ma non la forma “corretta” o “giusta” o l’unica possibile per trapiantare questo genere in Italia.

Eufemia: “Sempre a questo riguardo, ho letto in diversi tuoi interventi, che alcuni haiku con 19 sillabe, che vengono considerati dagli italiani dei katauta, in realtà potrebbero benissimo essere considerati degli haiku di 19 sillabe. D’altra parte la katauta è un’altra forma di breve poesia giapponese, simile allo haiku, ma composta da tre versi di 5-7-7 sillabe; diversa anche per il contenuto, non più naturalistico ma emotivo, spesso rivolta al proprio amore. Io stessa ho considerato “katauta” le poesie di 19 sillabe, magari senza tenere conto del contenuto ma solo della metrica. Credo che questo modo di vedere le cose debba essere rivisitato. Vorrei quindi chiederti dei consigli in tal senso. “

Mi viene un po’ difficile risponderti perché non mi sono mai interessata seriamente di katauta. Comunque, ridurre un genere poetico con la storia secolare ad un mero conteggio delle sillabe ed un breve accenno alla tematica mi sembra un po’ azzardato. Quante katauta giapponesi abbiamo letto? Quanti grandi (o piccoli?) esponenti di questo genere possiamo nominare? Quali scuole e stili di katauta esistevano (o forse no), ma sopratutto, perché i giapponesi hanno smesso di scrivere katauta parecchi secoli fa? Penso che prima di chiamare “katauta” quello che scriviamo ora in Italia dobbiamo porci queste domande. Provate a immaginare un tailandese che scrive sonetti nella sua lingua, senza conoscere la cultura del Rinascimento in Europa, senza aver mai letto Petrarca, Shakespeare, Lope De Vega… anzi, senza neppure conoscere i loro nomi. Che tipo di sonetto scriverebbe?
Dall’altra parte non vedo nessun male nello scrivere le poesie in italiano seguendo la metrica di 577 sillabe. Sarebbe più onesto, però, chiamarle, per esempio, poesie italiane scritte a forma di katauta, o qualcosa del genere.

Eufemia: “Sei uno dei membri dell’Associazione italiana haiku (insieme al presidente Luca Cenisi e allo scrittore Andrea Cecon)  e stai facendo un grosso lavoro di traduzione per portare in Italia, tutta una serie di testi, articoli, nozioni etc… che facciano luce sulla poesia giapponese. Personalmente ti considero una grande studiosa a livello mondiale e seguirti, mi fa comprendere ogni giorno, che in a Italia non solo è arrivato ben poco sullo haiku, ma che occorre correggere parecchi luoghi comuni ( riguardo alla metrica, al kireji, alla questione degli accenti). Dunque la mia domanda è: seguiamo la grammatica italiana che è rigida o possiamo adottare un metodo più libero, per scrivere haiku?”

Grazie per le tue buone parole. In realtà non sono un vero studioso, e non lo dico per falsa modestia ma perché ho conosciuto i veri studiosi di haiku. So quanto serve per diventarne uno. Ma questo non è la mia meta, io semplicemente cerco di indagare di più su una cosa che mi piace, tutto qui. Per quanto riguarda la tua domanda, credo che voi italiani dovreste rispondervi a questa domanda da soli. Non so che punti di contatto può avere con l’haiku giapponese la grammatica italiana e quindi in che modo la lingua italiana potrebbe adottare al meglio un genere come l’haiku. Dalla mia esperienza personale, ho visto molti haiku bellissimi in lingua italiana, sia rigorosamente in forma 575 sia fuori di questa metrica. Forse sarebbe meglio sfruttare più possibilità? Ma dipende da voi. In Giappone, per esempio, coesistono approcci diversi.
La madre di Kaneko Tota, un famoso haijin giapponese del ventesimo secolo, consigliava al figlio di non entrare nel mondo di haiku, perchè “l’haiku è rissa” (haiku wa kenka). Povera donna era sposata con uno haijin, il padre di Kaneko, quindi sapeva di cosa parlava 🙂 Sembra che in Italia ci sia una simile situazione, e vi assicuro, è lo stesso anche per molti altri paesi del mondo. Ma questo significa che il genere è vivo, e non morto! 🙂

Eufemia: ” Che genere di consigli daresti agli italiani che scrivono haiku?”

Leggere più possibile gli autori giapponesi, e gli autori occidentali non-italiani. Fate le vostre scelte a occhi aperti. Altri consigli difficile dare senza conoscere l’interlocutore personalmente, siamo tutti così diversi.

Eufemia: “Su  facebook sei l’ amministratrice di due pagine dedicate ai senryu: Bannō Senryū for Gaijin e Takeshi’s Banno Senryu. Sei anche la traduttrice di autori giapponesi come Takeshi Mizuno e molti altri che scrivono senryū bellissimi. Personalmente come ti ho scritto in uno scambio di e mail, trovo i senryū che leggo sulle tue pagine, assai attinenti alla realtà. Come un volersi calare, in forma poetica, fin dentro essa. Che tipo di rapporto esiste tra i giapponesi e questo genere poetico? Ci parli delle scuole di haiku e senryū giapponesi? “

È una domanda (anzi, tre domande in una!) troppo complessa! Provo a rispondere brevemente almeno su qualcosa. In Giappone lo haiku è più famoso del senryū (come da noi). Qualche hanno fa ho letto che di club/circoli (o come dicono i giapponesi “kessha”) di haiku sono circa 900, mentre dei club ufficiali di senryu ci sono circa 350. I giapponesi sono abituati a vedere gli angoli di haiku e senryu quasi in ogni giornale che leggono. Ci sono tantissimi libri e programmi televisivi e radio su entrambi i generi. Per quanto riguarda le varie scuole, è un tema troppo vasto per un’intervista. Magari in futuro ne facciamo un’altra dedicata solo a questo argomento 🙂

Eufemia: “Ho letto sul gruppo AIH (associazione italiana haiku) che nelle prefetture giornalmente i giapponesi scrivono haiku e li imbucano nelle cassette postali. Poi il postino passa a ritirare nel week end e si procede con la proclamazione del miglior haiku della settimana. Trovo bellissima questa usanza. Ma chi li scrive per la maggior parte? I giovani come si pongono nei loro confronti? Li scrivono ancora?”

Se vediamo i club ufficiali di haiku a volte sembrano i dipartimenti dell’Università della Terza Età e non sto scherzando. Un giapponese medio lavora tantissimo per tutta la sua carriera lavorativa, poi va in pensione e allora si sceglie uno o due “hobby”, che possono essere anche haiku o senryu. La maggior parte di persone che frequentano i kukai (incontri di scrittura) dei vari club sono dei pensionati. I giovani ci sono, ma sono in minoranza e qualche tempo fa so che c’erano alcuni tentativi di creare i club “alternativi” solo per i giovani che si sentivano un po’ a disagio in compagnia di troppe persone di una certa età. Non so com’è andata a finire la storia. Comunque, ci sono anche gli autori giovani e prominenti. Per esempio Saki Kono, un’amica di Takeshi Mizuno che conosci. Avrà 34-35 anni e ha già scritto dei libri su come scrivere haiku (non solo le raccolte di haiku suoi).

Eufemia: “Per terminare cara Valeria, vorrei che mi dicessi chi è il tuo maestro preferito e che citassi un suo haiku. Ed infine, a beneficio dei nostri lettori, che riportassi un tuo haiku o un senryū. A te la scelta!”

Ecco uno dei miei preferiti haiku di Taneda Santoka (14 more)

生死の中の雪ふりしきる
sei-shi no naka no yuki furishikuru

tra la vita
e la morte
cade, cade la neve

Dei miei vorrei condividere uno di miei pochissimi haiku in italiano, 575:

sciarpa di lana –
diventano invernali
tutti i suoni

E con questo ti ringrazio davvero di cuore Valeria- san. Arigatou!

Eufemia Griffo

Annunci
Questa voce è stata pubblicata da Eufemia Griffo.

5 thoughts on “Intervista sullo HAIKU a Valeria Simonova-Cecon, amante e studiosa internazionale di questo genere

  1. L’ha ribloggato su "Ama no gawa"e ha commentato:

    Cari amici haijin,
    dal blog Memorie di una Geisha l’intervista alla studiosa Valeria Simonova-Cecon in cui ci parla della poesia Haiku, così come viene scritta in Giappone e nel resto del mondo, per confrontarlo con il modo italiano di approcciarci a questo tipo di poesia.
    Una lettura esaustiva, ricca di spunti interessanti per chi vuole migliorarsi come haijin e approfondire l’argomento. Anche per superare i limiti del nostro modello metrico e creare uno stile più occidentale di scrivere Haiku.

  2. Cara Eu, grazie per questa interessantissima intervista. Condivido pienamente ciò che afferma Valeria, forse in Italia abbiamo adottato il 575 rendendoci conto che lo schema si adattava benissimo alla nostra lingua, io stessa tuttavia quando scrivo un haiku in inglese mi concentro più sul contenuto che sulle sillabe (che non corrispondono mai), poiché sono ormai abituata a contare pensando in italiano….XD

    Un caro saluto a tutte e due!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: