Intervista a Stefano d’Andrea, direttore della rivista “Le lumachine”

 

stefano

1) Presentati brevemente, indicando anche il tuo blog, se ne usi uno per pubblicare.

Nasco a Sanremo nel 1955 e studio al liceo Artistico di Brera. La mia attività attraversa curiosa il design e la grafica, per approdare infine al restauro d’arte antica e moderna. Lungo questo eclettico percorso ho svolto una costante e intensa attività pittorica, esponendo in numerose mostre personali e collettive. M’interesso appassionatamente di haiku fin dagli anni ’70 del ‘900, creando nel 1999 la rivista di poesia haiku e senryū “Le Lumachine”, giunta oggi al 23° numero.

2) Quando hai iniziato a scrivere cosa ti ha spinto e perché?

Le primissime cose (poesie brevi) confesso di averle scritte da ragazzino sull’onda della mia intensa passione per le canzoni dei Beatles. Poi, molti anni dopo, ho ripreso questo filo sospeso attraverso il carisma e l’esempio diretto del mio mentore, il poeta sanremese Luciano De Giovanni.

3) Che genere di poesia scrivi? Se più di uno, in quale pensi di riuscire ad esprimerti meglio?

Decisamente lo haiku, e forse ancor di più il senryū. In passato ho coltivato anche la poesia breve, ma soprattutto negli ultimi anni mi sono molto dedicato alle prose liriche, brevi o brevissime, e agli aforismi.

4) Il tuo lavoro è influenzato/ispirato da qualche poeta del passato? Se sì, chi è e in che modo t’influenza/ispira?

Dal poeta sanremese Luciano De Giovanni, la mia pietra filosofale, una figura straordinaria che mi ha aperto una vasta serie di mondi. Un percorso per nulla lineare, ma che ancora oggi, a distanza di trent’anni, continuo ad esplorare, nutrendomi quotidianamente a quelle preziose, inesauribili fonti. E quindi lo zen, il taoismo (sua, nostra, fonte primaria) i lirici greci antichi, lo haiku, Dylan Thomas, la poesia cinese T’Ang (per la quale presi il mio primo, intenso coup de foudre poetico) e la divina Emily Dickinson. Al di là di questi privilegiati percorsi letterari e culturali (un prezioso tesoro), mi ha comunicato una vasta e profonda curiosità, umiltà, rispetto, amore, misticismo, religiosità verso la natura. Una natura, la sua, certamente molto umanizzata, ma in virtù di questo facilmente approcciabile per un giovane, carica com’era di fascino e magia. Proprio da questa sua concezione di natura estatica “parlante” nasce il mio stile di scrittura haiku.

5) Definisci il tuo stile poetico con un aggettivo e spiegane il motivo.

Decisamente eclettico. Anche se penso che in realtà le distinzioni stilistiche siano etichette posticce, funzionali solo ad esemplificarle facilmente sui libri di testo. Infatti, personalmente trovo che in moltissimi passaggi della prosa lirica di Campana o di Pessoa (“Il libro dell’inquietudine”) esista un valore qualitativo di poesia molto superiore a tanta poesia più o meno “laureata”.

6) Tutti i poeti hanno delle parole, delle frasi che non riescono a fare a meno di usare. Quali sono le tue parole o frasi più ricorrenti.

Le mie parole “feticcio” più ricorrenti sono tutti termini da camminatore-esploratore relativi alla Wanderung: nuvole / tracce (interessante notare che sono forse i due termini più antinomici che esistano) / sentiero / radura / erba / neve / crepuscolo / temporale / acquazzone / assorto / luna velata. Un mio breve verso, un ku di cinque sillabe, divenuto quasi un mantra interiore è “verso l’altrove”.

Ma direi soprattutto un tema che mi ha sempre intensamente magnetizzato, quello del Wanderer (il viandante): dagli antichi haibun di Bashō, attraverso i romantici e post romantici tedeschi (Eichendorff, Herder, Hesse; il “Felix Krull” di Thomas Mann è un viandante sui generis anche lui), fino al sublime puro-folle Robert Walser.

7) Si dice che per vedere il mondo per quello che è veramente si dovrebbero guardare commedianti, artisti e poeti. Che cosa pensi emerga spontaneamente dalle tue opere?

Penso e spero una sensuale ma serena contemplazione della natura, spesso alquanto interiorizzata e umanizzata. L’amore intenso per il paesaggio: i cieli, le nuvole, le montagne, i boschi, gli antichi casolari rustici in pietra; l’attenzione e lo stupore estatico per la bellezza cromatica, i lievi segni-segnali, le piccole cose e i piccoli incontri, specialmente con i gatti randagi. Il tutto non disgiunto da un occhio spesso teneramente ironico.

8) Spesso i poeti sono attivi anche in altri campi creativi. Oltre alla poesia ti esprimi anche in altri campi artistici non-letterari? Quali?

Come dicevo all’inizio, fin da ragazzino ho sempre coltivato con dedizione la pittura astratta, realizzata con molteplici tecniche, ma elettivamente nella forma definitiva del pastello a olio su carta. Ho progettato una collezione di mobili in stile neo-giapponese, realizzati nei primi anni ’80. Amo molto anche la fotografia negli antichi villaggi liguri e francesi della Costa Azzurra, focalizzata essenzialmente a fissare la scoperta di tracce, frammenti, lacerti, rovine, scritte, più o meno délabré. Traslando la casuale traccia microcosmica nel macrocosmo che ci circonda e ci osserva.

9) Quale tipo di letture preferisci?

Sono sempre stato fin troppo eclettico in questo senso: tantissima storia dell’arte; i tre libri sacri del taoismo, il Tao-tê-ching (Dàodéjīng), il Chuang-Tzu (Zhuāngzǐ) e il Lieh-Tzu, letti e riletti in varie epoche; molto esoterismo (alchimia, Guenon, Gurdjeff, Zolla, etc.); tanti saggi sul dandysmo come fenomeno culturale; l’amatissimo teatro di Cechov.

Nella prosa (e nel teatro) l’inarrivabile brillantezza ed eleganza di Oscar Wilde, l’immenso Proust, l’ineguagliabile narrazione “atmosferica” di Simenon, gli eleganti romanzi e racconti di F.S.Fitzgerald, e quelli surrealisti di Savinio. Ma il mio scrittore “fetiche” degli ultimi anni è lo straordinario Robert Walser (“Vita di poeta” e “I fratelli Tanner” su tutti), tanto appartato e inusuale quanto geniale. Ovviamente amo anche i narratori giapponesi, Kawabata e Tanizaki in primis, ma il romanzo della mia vita è quel gioiello assoluto de “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov (riletto 3 volte!), seguito dai racconti “Finzioni” e “L’Aleph” di Borges.

Mentre il livre de chevet in poesia è certamente “Le 300 poesie T’ang” (Li Po in testa), e naturalmente tantissimo haiku, ma specialmente quello più moderno, aperto e universalista.

In poesia, al di là della fresca e sublime “semplicità” dei Lirici Greci, ho sempre amato quei poeti che fanno dell’uso intensivo della sinestesia (meravigliosa ricchezza della psiche, oggi così negletta) la sensuale e pittorica chiave di volta della loro musicalità: quindi i grandi francesi Baudelaire, Verlaine, Mallarmè, Rimbaud. Ma in particolare quegli autori che mi provocano sottili brividi di vertigine mentale, come la Dickinson (regina del verso amoroso), Garcia Lorca, Dylan Thomas, Borges, A.M.Ripellino. Oppure la magica prosa lirica di Dino Campana.

10) In tempi recenti è sempre più frequente la pubblicazione di poesie su blog o social network. Molto spesso si possono trovare lavori interessanti e ben scritti. C’è qualche poeta che torni a leggere di frequente e che vorresti raccomandare? (se possibile aggiungi anche il link al blog).

Devo confessare che i blog non li conosco molto, poiché ho iniziato a curiosarli da pochi mesi. Alcuni sono estremamente curati. Al di là dei loro contenuti, talora molto interessanti, hanno certamente il pregio estetico di una grafica talvolta deliziosamente raffinata.

11) Hai mai pubblicato una raccolta personale delle tue poesie? Se sì fanne una breve descrizione indicando anche i dettagli della pubblicazione (editore, distributore).

Non ho mai pubblicato nessuna vera e propria raccolta; solo pochi haiku sparsi su rivistine locali. Più recentemente la bella sorpresa di un e-book di haiku e senryū dedicati alla festa di Tanabata presso il multi-blog “Memorie di una Geisha”.

12) Spesso i poeti sono persone eccentriche. C’è qualcosa di te che rientri in questa definizione?

Spesso si fa della facile confusione relativa a questo termine. In realtà il termine “eccentrico” è sinonimo di “stravagante”, il cui significato etimologico è “guardare oltre (il centro)”: quindi l’accento è posto sulla visione personale oltre la banalità degli schemi preconcetti. Sarebbe dunque preferibile usare, in quest’ottica, il termine “bizzarro”. Comunque, essendo un entusiasta e appassionato cultore di musica classica, mi diverto con gioia a dirigere virtualmente una grande orchestra sinfonica con la mia bacchetta.

13) Per chiudere l’intervista cita tre dei tuoi versi che credi siano i migliori (indicando tra parentesi il titolo della poesia e, se pubblicata, dove leggerla.)

Onestamente non posso citarmi, lo troverei di cattivo gusto…

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Questa voce è stata pubblicata da Eufemia Griffo.

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