TRA OCCIDENTE E ORIENTE: SAMHAIN (HALLOWEEN) / OBON di Dolores Santoro


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TRA OCCIDENTE E ORIENTE: SAMHAIN (HALLOWEEN) / OBON
Amici, si avvicina la notte di Halloween, festa collegata a Samhain, il Capodanno celtico.
Mi piacerebbe parlarvi dei suoi punti in comune con la nostra commemorazione dei defunti e la festa di Obon, in Giappone (che in effetti è affine per contenuto ma si pratica in diverso periodo).
Il punto di congiunzione tra Samhain e Obon è l’assottigliarsi dei confini tra mondo dei vivi e dei morti, una sorta di “ritorno” che viene celebrato in maniera differente a seconda delle varie culture.
Il calendario celtico era influenzato dai cicli lunari; si ritiene che questo popolo dividesse l’anno in due parti: geimhredh (inverno) che iniziava con Samhain e samradh (estate), il cui inizio era segnato da Beltane.
La festività più importante era il Capodanno, Samhain, coincidente con il momento nel quale i campi venivano preparati per l’inverno, alla fine dei raccolti.
Il falò era qualcosa di determinante in questo tipo di celebrazione: avvenivano dei veri e propri riti propiziatori.
Se dal punto di vista materiale il periodo coincideva con l’ultimo raccolto, da quello spirituale era un grande momento di contemplazione, in cui il velo (scudo di Skathach) che separava la dimensione terrena dall’aldilà veniva abbassato permettendo la comunicazione dei due mondi: questo perché Samhain era considerato fuori dal tempo, proprio per la sua collocazione a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, quindi assumeva una magica risonanza.
Quando i Romani entrarono i contatto con i Celti, identificarono in questa ricorrenza la loro commemorazione dei morti, che avveniva in altro periodo (maggio) per poi essere spostata a novembre con l’avvento del cristianesimo (nel tentativo, si presume, di “oscurare” una pratica pagana sovrapponendole una ricorrenza sacra).
Andiamo in Giappone.
La festa di Obon ( o più semplicemente Bon) o anche festa delle Lanterne, è una ricorrenza che cade in estate ma è accomunata dall’idea del ritorno dei defunti.
Testualmente dal web:
“Mokuren, uno degli allievi sovrani di Shaka (Godama Siddarta) vide la madre defunta che soffriva nell’Inferno della Fame. Mokuren chiese un aiuto a Shaka e questi gli consigliò di offrire cibo e bevande ai monaci il 15 luglio di ogni anno. Mokuren fece come gli fu detto e la madre salì in cielo grazie al gesto generoso del figlio.
Questa leggenda è considerate l’origine dell’Obon.”
C’è un vero e proprio festival attorno a tale ricorrenza, distribuita in più giornate:
Il 13 agosto (Mukaebi) si accendono candele, le lanterne e fuochi, per accogliere le anime dei defunti; il 15 agosto i componenti di tutta la famiglia si riuniscono, visitano il cimitero e mangiano insieme; il 16 agosto si accendono nuovamente fuochi e lanterne per indicare alle anime la strada per tornare nell’aldilà.
Molto suggestiva è l’usanza del Toro Nagashi: si tratta di una cerimonia in cui delle lanterne di carta vengono illuminate e messe a galleggiare sull’acqua dei fiumi.
Toro è l’equivalente di “lanterna”, Nagashi “flusso d’acqua”: poiché secondo la tradizione gli uomini provengono dall’acqua, le lanterne simboleggiano gli spiriti dei defunti che tornano al mare.
Ho conosciuto Obon tempo fa, leggendo alcuni contributi nel Gruppo di Studio di Corrado Aiello, e com’è ovvio per me – quando qualcosa mi colpisce particolarmente – ci ho scritto su.
Questo mio haiku risale al 22 settembre:

Luna di Obon
Una preghiera scorre
con le lanterne

ma siccome mi piace risultare piccola 😀 questo è un senryu di Maeda Jakuro, riportato all’epoca della mia lettura da Valeria Simonova-Cecon:

durante l‘Obon
anche il bambino viene sgridato
sottovoce

Articolo di Dolores Santoro

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Questa voce è stata pubblicata da Eufemia Griffo.

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