Oliviero Amandola – Haibun

 

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Siamo solo in tre questa sera nella tenda: io, Jonathan e Orazio. Ognuno di noi è stato addestrato per combattere, ognuno di noi è stato rasato a dovere e obbligato a non mollare mai, avanzare e sorridere poco. Ma questa sera, a turno, beviamo un bicchiere di vodka e ci raccontiamo un po’ di noi, ridendo come bambini. Io, prima di arruolarmi insegnavo musica e per andare avanti con gli studi scaricavo i container, Jonathan, che tutti noi pensavamo avesse un passato inglese o americano, in realtà era stato chiamato così dai suoi genitori per via della nuova moda ” stranger name”, Orazio… “Ah, Orazio che strazio….” rido ancora al pensiero di tutte quelle sere che lo facevo arrabbiare in camerata dopo il silenzio dicendo così… Orazio però era un fratello per me e io per lui. Le classiche persone, che senza conoscerle, senti dentro di te, che già gli vuoi bene. Insegnante di arti marziali, sognava di andare a Ayutthaya una volta congedato.

Luna e silenzio
bianco scrigno di neve
tra le tue labbra

È sera e fa caldo. Il ventilatore del corridoio del pronto soccorso si è rotto. Qui in Thailandia ogni cosa è un mondo a sé. Mentre aspetto che il medico mi dia notizie di July, Orazio mi chiama dalla sua palestra per dirmi che da li a poco sarebbe arrivato, che ci avrebbe ospitato a casa sua, e che aveva trovato in un vecchio taccuino quella foto nostra scattata in Norvegia quando Jonathan, durante l’aurora boreale imitava il verso di un lupo.

Ancora pioggia
Il primo suono di oggi
che ho potuto cantare

Oliviero Amandola

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Questa voce è stata pubblicata da Eufemia Griffo.

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